Le Cominicazioni on-line


Tratto da Chat to Chat, di Palomba, M. e Martino, G. Kappa ed. 2000

La maggior parte delle ricerche differenziano i servizi offerti da Internet in quelli interattivi e in quelli non-interattivi. (I servizi non interattivi sono ad esempio la ricerca d’informazioni, il download di programmi dalla Rete, ecc. Quelli interattivi sono le chat-line, i gruppi di discussione, i giochi di ruolo, ecc.)

La Young (1996) ad esempio, che è stata una delle prime a descrivere la Internet Addiction Disorder, ha specificato che non è Internet nella sua globalità che causa effetti negativi sulla vita delle persone, ma l’uso di particolari programmi che prevedono l’interazione con altri soggetti collegati alla Rete.

Ma sono davvero così devastanti queste interazioni on-line? La Young giura di sì, ed è stata lei che ha lanciato l’allarme dopo che ha studiato il comportamento di 43 casalinghe che avevano iniziato ad utilizzare Internet quotidianamente. La Young riporta conseguenze molto negative come: incapacità di limitare il tempo speso on-line, trascuramento della vita di relazione, figli compresi, pensieri ossessivi riguardo alla Rete, ecc.

Fin qui le ricerche di autori che, più di altri, hanno tenuto a sottolineare le potenzialità di Internet a causare disturbi vari, ma si può obiettare che sono in ogni modo casi estremi, come quello riportato da Presti G. (1997) di studenti di college americani, da così tante ore collegati alle chat virtuali, da costringere i responsabili dei sistemi informatici a staccare letteralmente la spina per strapparli dalla tastiera dei loro computer.

Kraut et al. (1998), invece, hanno studiato l’impatto di tale tecnologia sul comportamento di persone normali.  La ricerca, che espongo a grandi linee, ha comunque rivelato effetti negativi sul comportamento e la salute psicologica di chi ne fa uso, specialmente i giovani.

Gli autori partono dai lavori di Katz e Aspden, (1997), che affermano, in base ai loro studi, che “…lontano dal creare una nazione di stranieri, Internet sta creando una nazione più ricca in amicizia e relazioni sociali”.

Kraut afferma che questi lavori non hanno tenuto conto di una variabile importante e cioè: com’erano le relazioni on-line e offline di questi soggetti? E’ proprio questo quello che gli autori si prefiggono di indagare con questa ricerca.

Kraut et al. hanno studiato un campione composto da 93 famiglie per un totale di 169 individui di varia provenienza etnica, sociale, culturale ed economica, dal marzo 1995 a marzo 1996, che, in cambio di un computer e dell’accesso gratis a Internet, accettarono che i ricercatori monitorassero tutte le loro frequentazioni di Internet.

Tutti erano al primo uso d’Internet.

Risposero ad un questionario sul coinvolgimento sociale e benessere psicologico prima e durante il periodo.

Misure del coinvolgimento sociale erano: comunicazione familiare (in minuti), misura della rete sociale locale, (numero delle persone della cittadina con cui socializzavano almeno una volta il mese), misura della distanza sociale e supporto sociale (utilizzando un test sul Supporto Sociale di Cohen S. e Willis T.A. (1985) nel quale si chiede, ad esempio, quanto facile è avere un aiuto concreto ecc.)

Su queste argomentazioni, noi abbiamo dei dubbi.

A questo punto viene da chiedersi: come sono queste relazioni telematiche se portano tali e tante conseguenze negative nella vita di chi, malcapitato, inizia a frequentarle?

Innanzi tutto c’è da sostenere che non sono le relazioni in sé ad essere accusate, ma l’attrattiva che esse hanno sulle persone che le intessono. Infatti, queste persone non sono cambiate in qualche modo, ma hanno iniziato a preferire di trascorrere più tempo on-line rispetto alle relazioni dal vivo.

Così, la tecnologia, che ha permesso alle persone lontane di stare più vicine, di avere informazioni veloci e di sviluppare amici in giro per il mondo, si dimostra essere una sostituzione dell’interazione umana giorno per giorno (Sleek S., 1998).

Nelle ricerche degli autori citati, si evidenziano una serie di limiti che ne inficiano la lettura e l’interpretazione: per esempio il basso numero del campione e, sostanzialmente che l’ipotesi verte su un’indagine tesa ad evidenziare la patologia e gli aspetti di malessere.

Noi, non disponendo di dati statistici ma di esperienze e personali e “cliniche” di counseling, riferiamo in questo testo aspetti che più colgono le potenzialità e le risorse e dello strumento “chat”, in pratica in un orientamento di empowerment, tipico della psicologia umanistica che privilegia la crescita della persona nella sua piena consapevolezza e responsabilità, di decidere e scegliere ciò che è meglio per sè.

Siamo convinti, e la nostra esperienza all’istituto Gay Counseling ASPIC Counseling e Cultura ce ne da atto, che con il lavoro di counseling centrato prevalentemente sulle amplificazioni delle risorse individuali agevolate con il cliente, vengono automaticamente e parallelamente a “curarsi” gli aspetti di empasse emotiva, di blocco, per i quali egli chiede una consulenza. L’empasse, la “crisi” diventa occasione per il cambiamento, per lo sviluppo di sé e scoperta del mondo, espandendo creativamente i confini della propria conoscenza.

In questo senso fra le varie strategie possibili e sostenibili ci sembra che quella che vada verso un pluralismo culturale, sia la più idonea per rappresentare al meglio le esigenze di identità sociale e culturale di una comunità. Il vantaggio sarebbe utile per l’intera società, ampliando l’ottica sul mondo d’oggi e sulla vita. La difficoltà potrà essere superata se siamo convinti della validità di ciascuna posizione e rispettosamente ci poniamo in un continuo confronto con le abitudini, le esigenze e gli stili di vita diversi dai nostri (Palomba, 1999).