Articoli Scientifici sull'Omosessualita'

PSICOLOGIA UMANISTICA, OMOSESSUALITÀ ED EMPOWERMENT

    Nella psicologia umanistico esistenziale per promuovere lo sviluppo dell’individuo viene sottolineato il rapporto unico dell’Io-Tu, della relazione come condizione essenziale di promozione personale. L’uomo è un essere attivo, tendente verso un fine e che esperisce la propria esistenza. Una concezione, quindi, dinamica della persona, secondo il principio per cui la persona è un’entità unica e inscindibile, una totalità di funzioni che interagiscono. All’interno di questo approccio e della sua visione ottimistica e dinamica dell’essere umano si inserisce anche la Gestalt.

    Perls mette al centro della sua teoria il concetto di responsabilità e il principio sartriano che “l’importante non è ciò che si è fatto di me, ma ciò che io stesso faccio di ciò che è stato fatto di me”. Questa impostazione è ottimista perché crede che ci sia una possibilità di cambiamento anche per chi ha subito traumi, violenze ed abbandoni. È un tipo di approccio che ‘rimette la palla’ nel campo del cliente e che, proprio per questo, può intimorire chi ha la tendenza a subire la vita, ma può portare anche all’empowerment, se si accettano le possibilità che si aprono con il cambiamento. Tuttavia la gestalt non è stata pensata esclusivamente per chi ha subito traumi e violenze. Infatti secondo Perls la salute è qualcosa di più della pura assenza di malattia: essa è vista come benessere nelle sue varie dimensioni (fisica, emotiva, sociale). In gestalt si parla di “terapia dei normali”.

    In questa cornice il concetto di normalità non si contrappone a quello di anormalità da curare o punire. Anzi nella Gestalt vi è una forte critica alla tradizionale idea di normalità: Goldstein afferma che «il normale deve essere definito non attraverso l’adattamento, ma al contrario attraverso la capacità di inventare nuove norme»[1]. Questa è una presa di posizione alquanto radicale che permette di allontanare una visione stereotipata di norma e patologia per accogliere l’idea di Perls della “terapia dei normali” come ricerca del miglior equilibrio per ciascuno. Viene perciò messo in crisi il concetto stesso di norma, tema tanto caro a tutti i sostenitori di una visione o morale unica che sventolano davanti alle persone omosessuali per patologizzarne e discriminarne esistenze e amori. Queste affermazioni così radicali andrebbero fatte circolare all’interno dell’associazionismo LGBTQ spesso diffidente nei confronti della terapia psicologica, di cui critica la funzione normalizzante, se non addirittura repressiva, ‘giocata’ da alcuni approcci anche oggi (come nel filone delle teorie cosiddette riparative), e in cui, ancora troppo spesso, si imbattono i/le clienti omosessuali/lesbiche/bisessuali che si sentirebbero maggiormente a loro agio se sapessero di potersi rivolgere a terapeuti e counselor che non hanno in mente una norma prefissata cui conformarsi.

    La Gestalt non cade però nell’errore di esonerare l’individuo dalle proprie responsabilità. Facendo leva sulle proprie risorse, ciascuno può avviare un processo di cambiamento che mette in discussione lo status quo. Il cambiamento diventa pertanto un elemento cardine del percorso di counseling. La Gestalt si rifà alla cosiddetta teoria paradossale del cambiamento, che incita a divenire ciò che si è. Riportando questa impostazione al counseling con persone omosessuali è facile comprendere come la Gestalt possa essere di sostegno nel percorso per far emergere una parte vitale di sé che, ancora troppo spesso, viene tenuta nascosta per anni e anni. Del resto la concezione patologica dell’omosessualità, prevalsa nel corso del ventesimo secolo, si è articolata attraverso studi, teorie, speculazioni di ogni tipo. Le spiegazioni di tipo patologico sono diventate – e, a volte, lo sono tuttora- oltre che parte di un certo sapere accademico (soprattutto laddove questo si accompagna ad un sapere teologico/religioso), parte del discorso popolare e quotidiano. Questa visione stereotipata e pregiudizievole delle persone omosessuali finisce con il divenire un aggravio di difficoltà per chi si trova a vivere una particolare situazione emotivo-relazionale e che si deve scontrare con pregiudizi e dubbi circa il proprio ruolo, la propria diversità, quindi con l’emergere dei propri bisogni sessuali. L’insorgere di un rifiuto produce paura, rende difficile collocare affermativamente nel proprio sé il sentimento omosessuale, poiché condannato a vivere relazioni sociali omonegative, rigide e omologanti. La Gestalt, così come tutte le teorie che afferiscono alla psicologia umanistico-esistenziale, si fonda sul rispetto per l’unicità di ciascuna persona e per i percorsi di sviluppo che essa desidera compiere. Niente di più lontano dal conformismo prevalente, dal bisogno di adeguarsi a modelli standardizzati che spesso sono causa di sofferenza per chi ha un orientamento sessuale “diverso”.

    Questa concezione positiva della persona, costantemente tesa all’autorealizzazione, si coniuga ad una metodologia che traduce gli atteggiamenti di rispetto, non interferenza e astensione dal giudizio in comportamenti d’aiuto. In questo processo, dettato quindi dall’impulso all’auto-realizzazione del cliente, sarà sufficiente rimuovere gli ostacoli, promuovere la competenza emotivo-affettiva, dare spazio a quella metacognitiva dell’auto riflessività e stare nel momento presente della relazione, che è già di per sé un’esperienza di sviluppo. Queste considerazioni, oltre che risuonare perfettamente con i miei valori, fondati sul rispetto e l’autodeterminazione delle persone, mi portano alla convinzione che un tale approccio può essere ottimale in interventi di counseling di sostegno con un cliente LGBTQ.

    Il lavoro di sostegno e di aiuto alla persona LGBTQ ha come obiettivo una condizione di empowerment dell’individuo rispetto alla possibilità di assumersi completamente la responsabilità di vivere una vita piena e appagante sia a livello di auto percezione e stima di sé e delle proprie capacità, sia in termini di relazione con l’altro. Le definizioni di empowerment sono molte, ma sostanzialmente esso indica un processo inteso ad accrescere la possibilità dei singoli e dei gruppi di controllare attivamente la propria vita. «Molti risultati della nostra vita dipendono dalle interazioni con l’ambiente. Ritenerci completamente responsabili dei risultati delle nostre azioni (locus of control interno) è sbagliato tanto quanto affermare che la responsabilità è dell’ambiente che ci circonda (locus of control esterno). L’ambiente è fuori di noi, ma nello stesso tempo dentro di noi. Noi siamo parte del tutto ed il tutto è costituito anche da noi. Per gli altri noi siamo parte del loro ambente. La relazione fra noi e l’ambiente non è sempre paritaria, ma la nostra convinzione di determinare ciò che vogliamo è comunque fondamentale. La lettura dell’ambiente e il modo con cui ci relazioniamo, fanno parte del nostro senso di efficacia. Quanto più è forte il senso di efficacia, tanto più le nostre probabilità di incidere nell’ambiente sono forti.»[2]

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    Il counseling con il suo approccio umanistico che tende a valorizzare le risorse dell’individuo invece che focalizzarsi su problemi, traumi e ricordi, è sostanzialmente un processo di empowerment. Una buona riuscita di un percorso di counseling porta l’individuo ad avere un maggior controllo della propria vita. Tenendo presente la piramide dei bisogni elaborata da Maslow, l’empowerment corrisponde alla possibilità di passare al soddisfacimento del livello più alto dei bisogni fino ad arrivare a controllare le condizioni del proprio benessere. L’empowerment ha un grande valore per tutti i soggetti socialmente deboli, oltre che per chi ha bisogno di rafforzarsi emotivamente, poiché permette di mettere a fuoco i rapporti esistenti fra individuo e società e questo è essenziale nella ricerca di benessere delle persone omosessuali in quanto il loro disagio nasce proprio dalla situazione culturale e sociale in cui si trovano a vivere. Sono queste condizioni che non offrono role model positivi, che impongono aspettative stereotipate cui adattarsi il più possibile e che spingono al silenzio e alla vergogna. Comprendere il nesso tra disagio individuale e situazione sociale permette di concettualizzare il malessere come ostacolo inter-relazionale e istituzionale più che come inadeguatezza personale. Tale disagio può essere superato attraverso una duplice azione: individualmente (all’interno del proprio ambito familiare e amicale) e collettivamente con altre persone omosessuali muovendosi all’interno della società in generale, del mondo. In questo senso l’empowerment ha al contempo una valenza “terapeutica” e politica, ovvero di aiutare a mettersi in relazione con gli altri e le altre. Il counseling che pone al centro l’empowerment del cliente LGBTQ, fa leva sulle risorse di ciascuno e sulla capacità di pensare il futuro in modo positivo; per certi aspetti la comunità LGBTQ con la sua stessa esistenza, incarna, per quanto nella parzialità che contraddistingue ogni esperienza umana, la speranza che ogni omosessuale deve trovare dentro di sé per uscire dal disagio.

dr Matteo Fioravanti

 


[1] S.Ginger (2004) p. 17

[2] E. Spalletta, F. Germano (2006) p.125


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